Il teatro del secondo novecento: Samuel Beckett
10 Ottobre 2009 amministratore

Il teatro del secondo Novecento: Samuel Beckett

Alla base della poetica di Beckett (1906-1989), autore inglese, che sceglie però di adottare il francese come lingua di espressione letteraria, era la convinzione che le forme che erano state capaci di rendere il mondo Ottocentesco, non erano in grado di rappresentare la realtà del Novecento. Egli sentiva che aveva a disposizione una forma, però incapace di rappresentare il suo oggetto. Così, la ricerca di Beckett si è mossa in senso di estrema originalità, fino a giungere all’assurdo e al paradosso.
In “Aspettando Godot”, una delle sue più note commedie, la conversazione tra gli attori, viene completamente svuotata di senso: gli attori parlano, ma dicono cose assurde, buffe e ridicole, creando anche scenette comiche ed esilaranti. La conversazione è un succedersi di frasi usate per passare il tempo, per ingannare l’attesa degli attori nei confronti del fantomatico Godot, un personaggio pretesto, che non arriverà mai.
Il dialogo è privato così della sua azione significante e non conduce all’azione. E qui sta la denuncia: il linguaggio verbale è la metafora del linguaggio teatrale, che è ormai inadeguato, parla ma non comunica, è struttura, ma non sostanza.
L’ “inadeguatezza” è il concetto centrale che in tutta la sua opera Beckett vuole comunicare; nelle sue opere, oltre al paradosso e al ridicolo, allo svuotamento di senso, comparirà spesso anche il silenzio, l’immobilità, come a comunicare l’impossibilità e la difficoltà di realizzare il teatro, mentre tuttavia lo si realizza.

 
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