Lo spettatore secondo Grotowski
Lo spettatore a cui è diretto il teatro laboratorio, è colui che nutre autentiche esigenze spirituali e che desideri realmente auto-analizzarsi, per mezzo della rappresentazione come strumento diretto. Dunque quello spettatore che non si limita ad uno stadio elementare di integrazione psichica, e che è in un processo evolutivo senza fine, la cui inquietudine è generica, ma indirizzata verso la ricerca della verità su se stesso e sulla sua missione nella vita. Se lo spettatore accetta l’invito dell’attore e segue in qualche modo il suo esempio, lascerà il teatro in uno stato di accresciuta armonia spirituale, se invece lotta per lasciare intatta la sua maschera menzognera, alla fine dello spettacolo sarà in uno stato di maggiore confusione, in entrambi i casi, comunque, il teatro, attraverso l’arte della recitazione, avrà assolto una funzione di psicoterapia sociale. Anche l’attore deve muoversi allo stesso modo, accettando quel conflitto che si genera tra la maschera e se stesso, conflitto che se superato e portato fino in fondo, può far si che l’attore indossi nuovamente la sua maschera di tutti i giorni, conoscendone l’utilità e ciò nasconde dietro di sé, avendo compiuto dunque un percorso di consapevolezza di sé, pari a ciò che può avvenire attraverso un trattamento psicoanalitico.