Il teatro italiano di tradizione: Dario Fo e Giorgio Strehler
Dario Fo, nato nel 1926, ha rappresentato uno degli ultimi esempi della tradizione dei grandi attori italiani, capace di attirare il pubblico per il suo carisma, per la qualità della sua personale performance, e non tanto per l’effetto complessivo dello spettacolo, per la caratteristica di insieme della rappresentazione. In questo senso, così come nel caso di Carmelo Bene, e di Gassman, si è in presenza di personalità molto definite, che per la loro rilevanza, offuscano e concentrano l’attenzione, togliendone alla dimensione più allargata degli altri attori, eventualmente con loro in scena.
Non per nulla, il lavoro più noto di Fo è stato “Mistero Buffo”, del 1969, testo che nasce nel contesto della battaglia politica e che si struttura come one-man-show, un monologo che Fo recita ovunque, anche sopra un tavolo di un’aula magna o di una fabbrica, senza il bisogno di nulla: scenografie, costumi, luci, colonne sonore. Il suo è un esempio di “teatro povero”, affidato esclusivamente al corpo dell’attore e del messaggio che vuole trasmettere. Sono i ritmi vocali di Fo, le sue modulazioni, che scandiscono il racconto, che realizzano la magia della comunicazione teatrale.
In modo simile, si struttura l’intero percorso creativo di Strehler (1921-1997), snodandosi nel corso di un cinquantennio di attività, tra una intensa soggettività e una volontà di indagine sul rapporto individuo-società, individuo-storia. Strehel fu essenzialmente regista: si aprì ad una pluralità di percorsi, dal filone shakespeariano, a quello cechoviano, dalla scoperta e la diffusione in Italia del teatro di Brecht; l’approccio resta comunque simile, ovvero carico di un’attenzione storica, che assume e riflette sugli insegnamenti che gli eventi politico-sociali possono dare allo spettatore.
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