Antonin Artaud e Adolphe Appia : avanguardie del teatro del Novecento e il teatro come “lavoro su di sé”
Anche prima del Novecento, il teatro era, naturalmente, portatore di valori, ma raramente, al di là di quelli letterari e per brevissimi periodi, politici, erano percepibili e riconosciuti. Nel Novecento, quei valori vengono resi espliciti dalle parole dei registi: valori intellettuali, di denuncia e rivolta, politici, spirituali, esistenziali, emotivi, ecc. Il teatro diventa così luogo di ricostruzione di comportamenti e regole di vita, sia private che di gruppo.
In questo clima, si inserisce Adoplhe Appia, nato in Svizzera nel 1862, teorico e scenografo, compose teorie sulla messa in scena incentrate sull’importanza del corpo e dei movimenti dell’attore in rapporto con i volumi circostanti, sull’importanza della luce, dell’articolazione dello spazio come scansione ritmica. Morì nel 1928 in una clinica per malattie nervose.
Parallelamente, Antonin Artaud (1896-1948) è stato colui che meglio di ogni altro ha visto nel teatro un mezzo per costruire un’esperienza fondamentale, di vita, che trascende la sfera estetica e che sia capace di cambiare in profondità chi la fa e chi l’osserva.
L’idea di Artaud che il teatro sia un luogo in cui radicare esperienze primarie, che la vita quotidiana non consente, un luogo per esplorare le ombre, ebbe un peso incalcolabile; fu attore, regista, poeta, autore; anch’egli, come Appia, fu ricoverato più volte per schizofrenia.
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