LA CARBONERIA (1820-1848)
LA CARBONERIA (1820-1848)
Gli Stati italiani reagirono rabbiosamente alle disposizioni del
Congresso di Vienna. In tutto il territorio italiano si diffusero,
come nel resto d'Europa, delle società segrete, costituite da liberali.
Questi presero il nome di Carbonari, poiché si avvalevano del gergo
dei carbonai.
Nel 1820 un insurrezione capeggiata dal generale Guglielmo Pepe
scosse il Regno delle due Sicilie, e costrinse Ferdinando I a giurare
la Costituzione, e ben presto, seguendo Palermo, un moto separatista
guidato da Pietro Colletta si propagò in tutta la Sicilia.
La Santa Alleanza reagì inviando truppe austriache, che riuscirono,
sconfiggendo Pepe a Rieti, a restaurare almeno il regine di Napoli.
Nel frattempo, i "federati" lombardi e piemontesi si accordavano
per un'azione comune che espellesse gli Austriaci dalla Lombardia
e che mirasse ad ottenere un regime costituzionale. Così, nel marzo
del 1821, i Piemontesi capeggiati da Santorre
Santarosa e appoggiati da Carlo Alberto ottennero una costituzione,
condizionata dall'approvazione del re.
L'intervento austriaco, però, restaurò prontamente la monarchia
assoluta a Torino, e Carlo Alberto decise di ritirarsi in Toscana,
mentre gli insorti vennero processati e condannati.
Nel 1831, scoppiò la rivoluzione liberale di Parigi, la cosiddetta
Rivoluzione di Luglio, che vide lo detronizzazione del re reazionario,
Carlo X in Francia, e l'incoronazione, da parte del popolo, di Luigi
Filippo d'Orléans. Questo evento stimolò i liberali dei Ducati di
Modena, che prepararono un'insurrezione, fiduciosi nell'appoggio
della Francia.
A
capo dei liberali si pose Ciro Menotti, un commerciante in contatto
con i liberali francesi, il quale fu però tradito da Luigi Filippo,
che, all'improvviso, aveva optato per una politica del non intervento.
Ciro Menotti venne arrestato dal Duca di Mantova, ma i moti dilagarono
verso Bologna, in tutta la Romagna, nelle Marche ed in Umbria e
in breve tempo, nonostante il duca fosse fuggito con Ciro Menotti
in catene, gli insorti ebbero la meglio. Il 25 febbraio proclamarono
lo Stato delle Province Unite.
L'Austria, però, non mancò di inviare le sue truppe, che batterono
quelle dei liberali, e permisero al duca di Mantova di rientrare
e di dare vita ad una feroce reazione, la quale costò la vita, oltre
che a Ciro Menotti, anche a molti degli insorti.
Il movimento carbonaro uscì fortemente scosso da questi avvenimenti.
I carbonari avevano commesso degli errori fondamentali, a loro era
mancato un programma comune, la partecipazione attiva delle masse
popolari ed un collegamento tra i moti, che si erano basati su un'eccessiva
fiducia verso i sovrani e gli stranieri.
Venne ben presto messa in luce l'esigenza di un programma politico
chiaro e unitario, a farlo fu Giuseppe
Mazzini, che dopo aver militato nei moti, nel 1831 fondò, a
Marsiglia, la Giovine Italia. Questa era una società segreta, che
sosteneva un programma unitario e democratico che si basava su alcuni
punti fondamentali. Sulla necessità della partecipazione globale
del popolo, ma in particolare delle giovani generazioni, al fine
di costituire un Paese unito; perché l'unità era per Mazzini la
condizione necessaria per la vita e la prosperità di una Nazione.
Mazzini fu il primo a professare e sostenere la necessità dell'unità
del paese.
Gli ideali di Mazzini fomentarono alcune rivolte popolari, che però
furono subito represse (rivoluzione di Genova (1833); Invasione
della Savoia (1834); I Fratelli Bandiera (1844); Moto di Rimini
(1845)).
L'insuccesso dei tentativi repubblicani e la crisi del pensiero
mazziniano favorirono l'affermazione di alcune correnti moderate.
Vincenzo Gioberti, che inizialmente era stato un sostenitore di
Mazzini, fu l'ispiratore del neoguelfismo. Sosteneva che Mazzini
non avesse tenuto abbastanza in considerazione le radici storiche
del popolo italiano, ossia il suo essere fondamentalmente cattolico
e moderato. Il suo movimento, infatti, come il suo corrispettivo
medievale, tese a dare una posizione preminente al papato nel Risorgimento
italiano.
Ma quella di Gioberti non fu l'unica corrente in Italia. Il conte Cesare Balbo e lo scrittore Massimo d'Azeglio, appartenevano alla cosiddetta corrente albertista o piemontese, che vedeva in Carlo Alberto e nel Piemonte il punto da cui sarebbe dovuto iniziare il Risorgimento italiano.
Con premesse opposte a quelle neoguelfe, sorse anche il neoghibellinismo. Questa corrente vedeva nel papato l'ostacolo principale all'unità d'Italia, ed aspirava ad una separazione radicale della Chiesa dallo Stato.