L'illusione che la felicità possa essere raggiunta individualmente
benessere
10 Ottobre 2009 amministratore

L'illusione che la felicità possa essere raggiunta individualmente

L'illusione che la felicità possa essere raggiunta individualmente Che la felicità possa essere raggiunta individualmente è un'illusione.




Che la felicità possa essere raggiunta individualmente è un'illusione. L'illusione per contraccolpo provoca delusione. E' come tentare di scappare da un carcere in massa, ciascuno in una direzione diversa quando si è tutti uniti da pesanti catene! E' bearsi della magnificenza di un campo fiorito e pensare di rapirne la magia strappando un mazzo di fiori che, dentro un vaso dopo pochi giorni non conserverà neppure il ricordo di quel profumo. E' amare a patto di essere ricambiati, dimenticando che chi ama è già ricambiato! Come lo spirito si fa beffe della fredda pietra del dogma che osa tentare di imprigionarLo in un sepolcro, così la felicità è già lontana quando la dura lastra dell'egoismo prova a chiuderla nella prigione delle proprie ragioni.
Per mero istinto ogni essere vivente cerca la salvezza individualmente: gli errori e il dolore lo spingeranno inesorabilmente a tenere conto che la legge universale chiama alla Comunione. Questa Legge si riflette in ogni campo. Sul piano fisico l'uomo è parte di una struttura corporea ben più grande: senza la conoscenza della complessa natura che avvolge la sua essenza di Spirito la felicità rimane una chimera, la malattia una certezza. La grande famiglia umana è di per sé una struttura unica e unita, il dramma è averlo dimenticato: la sua felicità dipende dall'armonia con cui saprà riscoprirsi nel prossimo suo, per il bene di tutti e a sfavore di nessuno. Sviluppando il concetto, l'uomo sa di essere parte di un corpo ancora più grande che è la Terra, sa di essere un Suo organo chiamato a interagire con gli altri organi non meno importanti, pena la salute collettiva. Dimenticare gli animali, il regno vegetale, quello minerale, il mondo dei deva significa allontanarsi dalla realtà, avere una percezione distorta dei fatti, pretendere di avere una migliore visuale della felicità dal quarto piano di un palazzo di sette rinunciando a salire al settimo e verificare. Significa egoismo, procurare dolore e guasti a tutti, a livello esponenziale. In questo senso si comprendono meglio le parole di chi, ricordando camminare Francesco d'Assisi, scrisse che camminava con rispetto anche sulle pietre. L'uomo per bisogno antico si è sempre rivolto a Chi è più in alto di lui. Ha guardato con sacralità al Sole, ha riconosciuto la presenza fraterna negli influssi vitali degli altri corpi celesti. Ha appreso il Macrocosmo, ha scoperto che la Terra è solo un organo di un corpo ben più grande. La vita ritmicamente pervade se stessa e provare a trattenere il flusso vitale per sé significa incancrenire, perché il sangue ha bisogno di fluire liberamente senza ostruzione. L'uomo per espansione di coscienza viene a contatto con ogni anelito e afflato, "sente" la vita negli altri e realizza che è impossibile sentirsi completamente felici fino a quando ode anche il più piccolo grido di dolore. Perché gli altri siamo noi, e non si può cogliere un fiore senza far soffrire una stella. La corsa a Dio è infinita e in questo slancio imperituro l'uomo lasciando il bozzolo dell'individualità trova la felicità nel servizio e la porta all'altare delle proprie aspirazioni.

Fonte: Associazione Pax Cultura



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