La donna nel mondo e nella società attraverso ricerche e sondaggi
30 Novembre 1999 amministratore

Quando il costume da bagno diventa tragedia (prima parte)

 



Svincolarsi da tali condizionamenti non è cosa semplice, poiché i canoni di bellezza imperanti e vincenti sono il frutto di un lungo ed antico processo, oggi forse solo più visibile ed evidente, di mercificazione del corpo della donna.
Senza, infatti, questo passaggio risulta difficile comprendere perché le donne tendano a svalorizzarsi, qualora fisicamente non siano corrispondenti a quell'immagine di perfezione trasmessa dai mass media ed inconsciamente interiorizzata.
Passaggio che si compie nell'ambito della comunicazione pubblicitaria, che associa il corpo femminile ad una merce da vendere, quasi come un optional o come un accessorio "compreso nel prezzo". Ognuna di noi, almeno una volta, si è chiesta guardando uno spot o una pubblicità cartacea/cartellonistica il motivo per cui alla promozione di un oggetto di uso quotidiano sia stato affiancato un corpo di donna provocante e spesso a malapena vestito. Non solo. Non si tratta di una donna qualunque, ma con caratteristiche fisiche ben precise.
Sicuramente, un potenziale acquirente è colpito prima dal corpo raffigurato e poi dal prodotto pubblicizzato: motivo più che sufficiente per ricorrere a questo banale espediente.
Le conseguenze sono ancora più banali. La donna diventa un oggetto come quello pubblicizzato, con un prezzo ben preciso. La donna, insomma perde la sua dimensione di persona, svuotandosi..., lasciando spazio soltanto forme abbondanti e perfette.
Un processo, questo, che è indiretto e ben compenetrato nella società contemporanea, in cui, è giusto precisare, anche gli uomini hanno iniziato a rimanere coinvolti alla stessa stregua delle donne.
Nello specifico, però, gli effetti di tale cultura sull'inconscio femminile sono molto più pesanti, poiché la "reductio ad rem" ha una legittimazione ed una pratica consolidata che si perde nel passato più lontano, e che è riprodotta in modo automatico da uomini e donne sin dalla primissima infanzia delle bambine.
Con questo, sia chiaro, non si vuole certo condannare il costume da bagno in sé, e tutto ciò che è connesso al "farsi belle".
Ma, sarebbe opportuno interrogarsi sulla percezione del bello. O per essere più chiari, farsi belle è un conto, voler essere (o cercare di assomigliare) come "quelle belle" è un altro.
Ognuna di noi ha un proprio gusto estetico, che è giusto trovi un suo spazio d'espressione in tutte le forme ed i modi possibili. Purtroppo, però, molto spesso le donne tendono ad ignorarlo, o a modellarlo su quello predominante, che non appartiene loro nel modo più assoluto.
Aderendo a tale modello, le donne per prime si pongono di fronte a sé stesse e agli altri come un oggetto, vivendo a volte con dolore questa condizione, soprattutto quando hanno "difetti" che la volontà o la natura non sono in grado di correggere.

Giunti alle porte del III° Millennio appare un po' anacronistico ribadire che la bellezza viene da dentro, e che il giudizio su una persona non può fermarsi all'esteriorità, sia per le "bruttine", sia per le "belle e vuote". Intorno al I° secolo a.c., i greci avevano già pensato a sovvertire la "kalokagarthia" dominante nei poemi epici, nelle liriche, nella prosa e nelle arti applicate.
Eppure ancora oggi, è innegabile il bisogno di affermare forse con più energia e convinzione di un tempo questo principio, tanto più che oggi la comunicazione visiva, nelle sue svariate forme, è la più diffusa e allo stesso tempo il principale responsabile della mercificazione del corpo femminile.
Con un po' d'ingenuità e qualunquismo, sia consentito dire che siamo tutti "belli" al di là di ciò che vediamo l'uno nell'altro. Perché, ciascuno e ciascuna ha una propria specificità ed irripetibile unicità, tale da rendere speciale una giornata, un evento e, perché no, magari anche una vita.
Se non si guardasse il cartellone o lo spot con una donna in primo piano e se i prodotti che ricorrono a queste politiche pubblicitarie venissero penalizzati dai consumatori, chissà magari saremmo un po' tutti disposti a perdonare a noi stessi quel chilo in più e quei cm in meno, con la stessa facilità con cui perdoniamo un ritardo, un tradimento o un abbandono delle persone a noi care.



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