Donne e famiglia
societa
10 Ottobre 2009 amministratore

Donne e famiglia

L'istituto della famiglia e la divisione dei ruoli uomo/donna se da una parte rappresenta un'ancora di salvezza, dall'altra è trai principali motivi per cui le donne svolgono un carico di lavoro crescente, metà del quale affatto retribuito

Da quanto detto, emerge con chiarezza che l'istituto della famiglia e la divisione dei ruoli uomo/donna se da una parte rappresenta un'ancora di salvezza, dall'altra si costituisce come uno dei principali motivi a causa dei quali le donne svolgono un carico di lavoro crescente, metà del quale affatto retribuito.
Ci si aspetta in una famiglia che la donna si occupi della cura dei suoi congiunti (ed eventualmente di quelli acquisiti) come principale scopo della sua vita, ponendo in secondo piano tutto il resto: lavoro, interessi, amicizie e soprattutto sé stessa. Le donne in prima persona si dedicano agli altri, accettando una condizione di dipendenza economica. In realtà, all'interno di una famiglia ci si accorda "pacificamente" sulla divisione del lavoro: "io mi occupo della casa, tu del mantenimento". Ragionamento e scelte, queste, del tutto legittime. Ma, chi rimane a casa svolge un lavoro riconosciuto solo all'interno di essa, e la cui corresponsione economica non è così scontata come nel lavoro esterno, né tanto meno visibile. Insomma, il lavoro c'è ma non si vede e, concretamente anche se involontariamente, inizia un rapporto di dipendenza, in cui la donna è quasi sempre il soggetto passivo. Passivo e debole, quando per una serie di motivi si perde quel sostentamento, divorzio, morte del coniuge o dei genitori, malattia.
La carenza delle infrastrutture sociali non è, però, l'unica responsabile del sovraccarico di lavoro che le donne hanno. Una diversa distribuzione del lavoro di cura all'interno della famiglia e della comunità ridurrebbe l'impegno sociale delle donne, consentendo loro di riservare tempo ed energie per la propria vita e per la propria realizzazione.
Un'equa divisione del lavoro di cura non significa, occorre ribadire, "abbandonare" i figli a sé stessi, ma dividere con il proprio partner la loro educazione. Condividere con tutti gli altri membri della famiglia responsabilità ed impegno nei confronti delle persone care.
La partecipazione attiva della collettività al benessere dei suoi componenti è un elemento importante per valorizzare le iniziative private solidaristiche d'ispirazione laica e religiosa che già sono presenti sul territorio. Lo stesso impegno dello Stato ha bisogno di un sostegno della società e di una volontà di tutti di migliorare le condizioni di vita dei più svantaggiati. Senza questa sinergia, nessuna istituzione e nessuna legge potranno porre veramente fine all'esclusione sociale ed alle sue conseguenze.
L'approvazione del provvedimento sui congedi parentali è uno strumento importante, soprattutto nelle giovani famiglie, per inaugurare una nuova fase nei rapporti uomo donna all'insegna di pari opportunità reali.
Le istituzioni tuttavia debbono impegnarsi in un ripensamento dello stato sociale che esuli dall'assistenzialismo, in grado solo di generare dipendenza ed ulteriori esclusioni. Il distacco evidente tra l'amministrazione centrale e la gente è un ostacolo per la realizzazione di condizioni favorevoli ad una maggiore coesione sociale. "Appoggiare ed Appoggiarsi" non può essere il principio relazionale tra lo Stato ed i cittadini.
Il recupero della dimensione personale negli interventi sociali è l'unica strada percorribile, soprattutto in una società come quella italiana alienata dalla politica, dalla burocrazia e dall'incomprensione di una gestione amministrativa fredda e lontana.
In questa direzione, la partecipazione delle donne è fondamentale. Le donne infatti privilegiano lo spazio relazionale in qualunque settore operino, e nel sociale questa è una qualità che non può essere dimenticata.
Difficilmente si potrebbe obiettare alle affermazioni di cui sopra, ma il tacito consenso che le accompagna ha bisogno di azione e concretezza. Azione, che per essere sbloccata esige un presupposto di partenza: entrare nell'ottica della redditività della spesa sociale di uno stato, in quanto investimento sulle generazioni future.

 

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