CAPITOLO TERZO SILENZIO – RIFIUTO
economia
10 Ottobre 2009 amministratore

CAPITOLO TERZO SILENZIO – RIFIUTO

A) L’Agenzia delle Entrate, con il comunicato stampa del 30/12/2004, ha ribadito che il problema principale dei rimborsi riguarda soprattutto i contribuenti che aspettano le somme per i periodi d’imposta anteriori al 1998, per due principali motivi: la trattazione manuale e l’impossibilità di operare

A) L’Agenzia delle Entrate, con il comunicato stampa del 30/12/2004, ha ribadito che il problema principale dei rimborsi riguarda soprattutto i contribuenti che aspettano le somme per i periodi d’imposta anteriori al 1998, per due principali motivi: la trattazione manuale e l’impossibilità di operare compensazioni.
Questi contribuenti, però, se si fossero attivati subito in sede giudiziaria, oggi, avrebbero già incassato le somme richieste, con tutti gli accessori di diritto, come chiarirò meglio nel successivo capitolo.
Infatti, i contribuenti, in linea generale, oltre la possibilità di chiedere ed ottenere il decreto ingiuntivo, come scritto nel precedente capitolo, hanno anche la possibilità, se la prima soluzione non è praticabile o è difficile da realizzare, di attivarsi per mettere in mora l’Amministrazione finanziaria e di rivolgersi al giudice tributario (le Commissioni tributarie), in caso di silenzio-rifiuto, per ottenere una sentenza definitiva di condanna.
Occorre, anzitutto, precisare che il D.Lgs. n. 546/1992 delinea un processo nel quale le sole parti possibili, e necessarie, sono l’ente impositore ed il singolo contribuente che propone il ricorso.
Deve, in particolare, escludersi, la possibilità di un intervento in causa di enti esponenziali che si ergono a tutela di una generica ed indefinita categoria di contribuenti (per esempio, la ONLUS FISCO SOS), atteso che non vi è spazio, nell’ambito del contenzioso tributario, per l’impugnazione diretta di atti che possano coinvolgere un numero indeterminato di soggetti, considerato che le Commissioni tributarie possono disapplicare gli atti generali ma non annullarli.
Quanto sopra è stato ultimamente stabilito dalla Corte di Cassazione – Sezione tributaria -, con la sentenza n. 19330 del 27/09/2004, in riferimento agli artt. 105 c.p.c. e 7, 14 e 19 del D.Lgs. n. 546/92.
Infatti, anche a prescindere da quanto sopra esposto, l’art. 14 D.Lgs. cit. prevede che possano intervenire nel processo o essere chiamati solo i soggetti che, insieme al ricorrente, sono destinatari specifici dell’atto impugnato.
Il contribuente può chiedere il rimborso o direttamente con la dichiarazione dei redditi o con una successiva istanza, da presentare sempre nei termini di decadenza in precedenza esposti, qualora i presupposti per il rimborso si realizzino dopo la presentazione della dichiarazione dei redditi.
Inoltre, si fa presente che l’art. 2, comma 8-bis, DPR n. 322 del 22/07/1998, a far data dal 1° gennaio 2002, a seguito delle modifiche introdotte dall’art. 2, comma 1, lett. d), DPR n. 435 del 07/12/2001, consente l’integrazione delle dichiarazioni dei redditi, dell’IRAP e dei sostituti d’imposta per correggere errori od omissioni che abbiano determinato l’indicazione di un maggior reddito, o comunque, di un maggior debito d’imposta o di un minor credito, mediante dichiarazione da presentare non oltre il termine prescritto per la presentazione della dichiarazione relativa al periodo d’imposta successivo.
Inoltre, la Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, con le sentenze n. 6311 del 30/03/2004 e n. 8994 del 12/05/2004, ha precisato che, in tema di emendabilità della dichiarazione dei redditi, per errori materiali e non materiali contenuti in una dichiarazione, siano essi desumibili dal testo della dichiarazione stessa ovvero “ab extrinseco”, il contribuente può procedere sempre alle rettifiche anche sotto forma di istanza di rimborso.
Il contribuente, però, deve stare attento a presentare l’istanza di rimborso all’organo fiscale competente, perché la presentazione della domanda ad un organo incompetente osta alla formazione del provvedimento negativo, anche nella forma del silenzio-diniego, determinando l’inammissibilità del ricorso al giudice tributario per difetto di un provvedimento impugnabile (in tal senso, Corte di Cassazione, Sezione tributaria, sentenza n. 6258 del 29/03/2004).
In particolare, con la succitata sentenza, la Corte di Cassazione si è riportata alla sua precedente giurisprudenza, culminata nella sentenza delle Sezioni Unite n. 11217 del 13/11/1997, che ha stabilito che:

1) non si forma il silenzio-diniego quando l’istanza è presentata ad un ufficio privo della prescritta competenza funzionale;

2) conseguentemente, è inammissibile il ricorso contro il silenzio-rifiuto mai formatosi.

A sostegno di questa tesi, il giudice di legittimità fa presente che la normativa sui rimborsi costituisce un “microsistema” e, quindi, rappresenta una disciplina speciale, insuscettibile, perciò, di essere derogata da altre disposizioni normative, come, per esempio, l’art. 5 della Legge n. 249 del 18/03/1968.
Va rilevato, infatti, che il suddetto articolo prende in considerazione istanze o ricorsi rivolti ad organi diversi da quello competente, ma pur sempre appartenenti alla medesima amministrazione centrale, mentre, nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione, viene in rilievo l’operato di un ufficio (la segreteria della Commissione tributaria) che, a tutto concedere, andrebbe qualificato come periferico.
E’ da segnalare, altresì, una non condivisibile interpretazione della Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, che, con la sentenza n. 13194 del 16/07/2004, con riguardo a somme oggetto di ritenuta per IRPEF, ha stabilito che l’istanza di rimborso di cui all’art. 38, comma secondo, DPR n. 602/1973 deve essere presentata dal contribuente alla direzione regionale delle entrate nella cui circoscrizione ha sede il concessionario presso cui è stato eseguito il versamento, con la conseguenza che la presentazione di detta istanza a direzione regionale delle entrate territorialmente incompetente osta alla formazione del provvedimento negativo, anche nella forma del silenzio-rifiuto, e determina l’improponibilità, rilevabile d’ufficio dal giudice, anche in sede di gravame, salvo che si sia già formato sul punto un giudicato interno, del ricorso presentato alla Commissione tributaria per difetto di un provvedimento impugnabile.
I suddetti principi, però, oggi, secondo me, non sono più utilizzabili da quando sono entrate in funzione le Agenzie fiscali, che sono strutture diverse dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dotate di propria autonomia regolamentare, amministrativa, patrimoniale, organizzativa, contabile e finanziaria.
Pertanto, nella fattispecie, deve tuttora ritenersi valido il principio di cui all’art. 2 del DPR n. 1199/71, per cui l’ufficio incompetente deve sempre trasmettere a quello competente le eventuali istanze di rimborso ricevute, anche se rivolte ad un’Agenzia piuttosto che ad altra Agenzia, perché tutte fanno sempre parte di un unico organismo nazionale.
Inoltre, occorre rilevare che, ai fini del rispetto del termine decadenziale e della formazione del silenzio-rifiuto, se la domanda di rimborso è rivolta e perviene all’organo competente entro il termine di legge, sia pure attraverso altro ufficio, cui è stata erroneamente presentata l’istanza, si ritiene possibile la formazione del silenzio-diniego, poiché l’organo competente è investito, nei termini di legge, di esercitare, sulla questione, la sua competenza funzionale.
In ogni caso, per evitare eccezioni procedurali da parte degli uffici, è consigliabile prestare la massima attenzione al momento di presentazione dell’istanza di rimborso da indirizzare all’organo competente, nel rispetto delle singole leggi d’imposta.
Il soggetto non residente per ottenere il rimborso delle ritenute Irpef sulla pensione corrisposta dall’Istituto Previdenziale Italiano deve proporre la domanda al Centro operativo di Pescara e contro il silenzio-rifiuto proporre ricorso alla competente Commissione Tributaria Provinciale di Pescara, quale unica controparte processuale (risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 226/E del 18/12/2003).
Infine, si fa presente che manca ancora all’appello lo schema di D.Lgs. che recepisce la Direttiva Comunitaria sul regime tributario su interessi e canoni corrisposti a società Ue; molto opportunamente il suddetto decreto prevede, in una norma transitoria, l’applicazione retroattiva e la possibilità di rimborso tramite il sostituto d’imposta delle ritenute operate su interessi e royalties corrisposti nel 2004 fino alla data di entrata in vigore del decreto stesso (si rinvia all’articolo di Walter Grossmann in Sole 24-Ore dell’08/01/2005, pag. 21).

B) Inoltre, secondo me, una volta chiesto il rimborso con la dichiarazione o con atto separato, sempre però nel rispetto dei termini decadenziali delle singole leggi d’imposta, è consigliabile, subito dopo pochi mesi, presentare all’organo competente un atto di messa in mora, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1219 c.c., per chiedere anche la rivalutazione monetaria e gli interessi anatocistici, di cui diremo nel prossimo capitolo.
La domanda avente ad oggetto il pagamento di interessi anatocistici ed il risarcimento del danno ulteriore da svalutazione monetaria, in conseguenza del ritardo nell’adempimento di un’obbligazione pecuniaria ha, come fatti costitutivi, l’esistenza del debito e la mora del debitore, la sussistenza dei quali deve essere provata dall’attore-contribuente e verificata d’ufficio dal giudice tributario, a prescindere dalla mancanza di eccezioni del convenuto al riguardo (in tal senso, Corte di Cassazione, sentenza n. 4476 del 20/05/1997).
L’atto di costituzione in mora è un atto giuridico in senso stretto, il quale non va compreso nella nozione di “atti unilaterali tra vivi a contenuto patrimoniale”, di cui all’art. 1324 c.c., riferibile ai soli negozi giuridici unilaterali.
Conseguentemente, sono ad esso inapplicabili le regole relative ai negozi giuridici patrimoniali, tra le quali quella dettata dall’art. 1335 c.c., in tema di presunzione della conoscenza della proposta, dell’accettazione, della loro revoca e delle altre dichiarazioni recettizie (in tal senso, Corte di Cassazione, sentenza n. 6237 del 24/11/1980).
L’atto stragiudiziale di costituzione in mora del debitore, anche ai fini dell’interruzione della prescrizione, non è soggetto a particolari modalità di trasmissione, alla normativa sulla notificazione degli atti giudiziari; pertanto, l’atto di messa in mora, inviato al debitore-ufficio fiscale per raccomandata con avviso di ricevimento, si presume giunto a conoscenza di questo allorché risulti (anche da elementi presuntivi, ivi inclusi quelli offerti dall’attestazione dell’ufficio postale circa la spedizione del plico) pervenuto all’indirizzo del destinatario e questi non provi di non averne avuto notizia senza sua colpa (in tal senso, Corte di Cassazione, con le sentenze n. 7130 del 29/07/1994, n. 8621 del 23/08/1990 e n. 9861 del 05/10/1998).
Inoltre, per l’atto di messa in mora, che è un atto stragiudiziale, non è richiesto, all’infuori della scrittura, alcun rigore di forme e, in particolare, ai fini dell’interruzione della prescrizione, non sono previste modalità particolari di trasmissione, essendo solo sufficiente che l’atto, contenente l’intimazione di sollecito pagamento, pervenga nella sfera di conoscenza del debitore (così, ultimamente, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12078 del 18/08/2003).
Infine, in tema di interpretazione di un atto di costituzione in mora, la sua natura di atto giuridico in senso stretto (nonché recettizio) non consente l’applicabilità diretta ed immediata dei principi sui vizi del volere e della capacità dettati in tema di atti negoziali, ma legittima, purtuttavia, il ricorso, in via analogica, alle regole dell’ermeneutica, in quanto compatibili, degli atti negoziali stessi, con la conseguenza che anche l’attività interpretativa dell’atto di costituzione in mora si traduce in una indagine di fatto, istituzionalmente affidata al giudice tributario di merito.
La suddetta indagine è censurabile, in sede di legittimità, nei soli casi di inadeguatezza della motivazione, tale, cioè, da non consentire la ricostruzione dell’iter logico seguito da detto giudice per giungere all’attribuzione di un certo contenuto (e di una certa significazione) all’atto in esame, ovvero di inosservanza delle norme ermeneutiche compatibili con gli atti giuridici in senso stretto (in tal senso, Corte di Cassazione, sentenza n. 2600 del 22/02/2001).

 

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