CAPITOLO SETTIMO RISARCIMENTO DEI DANNI
economia
10 Ottobre 2009 amministratore

CAPITOLO SETTIMO RISARCIMENTO DEI DANNI

A) Il contribuente, anche dopo aver esaurito la procedura tributaria per ottenere il rimborso della maggiore imposta pagata oltre gli accessori, come esposto nei precedenti capitoli, può iniziare dinanzi al giudice ordinario (non le Commissioni

A) Il contribuente, anche dopo aver esaurito la procedura tributaria per ottenere il rimborso della maggiore imposta pagata oltre gli accessori, come esposto nei precedenti capitoli, può iniziare dinanzi al giudice ordinario (non le Commissioni Tributarie) un separato e distinto giudizio per chiedere il risarcimento dei danni (materiali e morali), ai sensi e per gli effetti dell'art. 2043 c.c. .
A tal proposito, occorre ricordare l'interessante sentenza della Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, del 26 marzo – 22 luglio 1999 n. 500 , che ha dedotto l'irrilevanza , ai fini del risarcimento del danno subito, della posizione giuridica ( se di diritto soggettivo o di interesse legittimo ) rivestita dal privato che quel danno abbia patito in dipendenza della condotta della Pubblica Amministrazione.
La condanna al risarcimento dei danni non potrà, però, avvenire sulla base del mero dato obiettivo dell'illegittimità dell'azione amministrativa, ma il giudice ordinario dovrà svolgere una più penetrante indagine, non limitata al solo accertamento del provvedimento (positivo o negativo, come nel caso del tardivo rimborso) in relazione alla normativa ad esso applicabile, bensì estesa anche alla valutazione della colpa non del funzionario agente ( da riferire ai parametri della negligenza o imperizia) ma della Pubblica Amministrazione , intesa come apparato , che sarà configurabile nel caso in cui l'adozione e l'esecuzione dell'atto illegittimo (o la eventuale omissione illegittima) sia avvenuta in violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona amministrazione alle quali l'esercizio della funzione amministrativa deve ispirarsi e che il giudice ordinario deve valutare, in quanto si pongono come limiti esterni alla discrezionalità.
A tal proposito, occorre ricordare che la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con l'importante sentenza n. 722 del 15/10/1999, ha stabilito, in materia tributaria , i seguenti, condivisibili principi .
   1) L'attuale art. 2 D.Lgs. n. 546/92 contiene una formulazione più ampia rispetto al DPR n. 636/72, avendo ampliato la giurisdizione esclusiva del giudice tributario anche per le controversie concernenti le sovrimposte e le imposte addizionali, nonché le sanzioni amministrative e gli altri accessori (art. 2, comma secondo, cit.).
Tuttavia, la sola previsione degli “ altri accessori non è di per sé sufficiente a radicare la giurisdizione esclusiva del giudice tributario anche alle controversie sul risarcimento del danno per comportamento illecito dell'Amministrazione finanziaria.
Infatti, per “ accessori ” devono intendersi esclusivamente gli aggi dovuti all'esattore, le spese di notifica, gli interessi moratori ed al limite il maggior danno da svalutazione monetaria ex art. 1224, comma secondo, c.c., come già esposto nei precedenti capitoli.
In definitiva, per quanto riguarda il risarcimento dei danni ex art. 2043 c.c. è competente soltanto il giudice ordinario e mai la Commissione tributaria, tranne che la controversia non possa sussumersi in una delle fattispecie tipizzate attributive della giurisdizione esclusiva delle Commissioni tributarie.
   2) L'attività della Pubblica Amministrazione, anche nel campo tributario , deve svolgersi nei limiti posti non solo dalla legge ma anche dalla norma primaria del “NEMINEM LAEDERE”, per cui è consentito al giudice tributario, al quale è pur sempre vietato stabilire se il potere discrezionale sia stato o meno opportunamente esercitato, accertare se vi sia stato da parte del fisco un comportamento colposo tale che, in violazione della suindicata norma primaria, abbia determinato la violazione di un diritto soggettivo; infatti, stante i principi di legalità, imparzialità e buona amministrazione, dettati dall'art. 97 della Costituzione , la Pubblica Amministrazione è tenuta a subire le conseguenze stabilite dal più volte citato art. 2043 c.c., atteso che tali principi si pongono come limiti esterni alla sua attività discrezionale, ancorché il sindacato di questa rimanga precluso al giudice ordinario (in tal senso, anche la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, sentenza n. 5477 del 18/05/1995 ).
I suddetti principi, inoltre, sono stati ribaditi dalla Corte di Cassazione:
   - Sezione Terza Civile, con la sentenza n. 1191 del 27/01/2003, secondo la quale il contribuente ha diritto al risarcimento dei danni (comprese le spese legali per difendersi in giudizio) cagionatigli dall'illegittimo comportamento dell'Amministrazione finanziaria, che, nella fattispecie, aveva iscritto a ruolo una imposta non dovuta.
Pertanto, individuata correttamente dal giudice ordinario di merito la colpa della Pubblica Amministrazione, per avere la stessa violato non solo le regole di imparzialità, correttezza e buona amministrazione, significativamente richiamate anche dalla recente Legge n. 212 del 27 luglio 2000 (c.d. Statuto del contribuente), ma anche l'obbligo di osservare le sentenze di altri giudici (penale o tributario), è del tutto evidente la violazione della norma di cui all'art. 2043 c.c.;
   - Sezione Terza Civile, con la sentenza n. 3523 dell'08/03/2003, nel senso che l'azione di risarcimento del danno è proponibile anche prima dell'esecuzione esattoriale, a seguito della notificazione dell'avviso di mora, il quale è un atto che, ai sensi dell'art. 46 n. 602/73 (nel testo anteriore alle modifiche di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999), precede l'inizio dell'espropriazione forzata.
In definitiva, quindi, alla luce di tutti i suesposti principi, ormai consolidatisi nella giurisprudenza della Corte di Cassazione, il contribuente può adire il giudice ordinario per il risarcimento dei danni causati dal mancato o tardivo rimborso dei crediti d'imposta, oltre gli accessori, qualora dimostri che tali colpose inadempienze amministrative hanno causato danni morali (anche di natura psicologica o di immagine per aver fatto ricorso al credito bancario) o materiali (quali, per esempio, il fallimento o la chiusura di un'azienda).

B) Inoltre, ai fini di una responsabilità per danno contabile a carico del responsabile del procedimento, va ricordato il tenore dell'art. 2-septies, primo comma, D.L. n. 564 del 30 settembre 1994, come aggiunto in sede di conversione con la Legge n. 656 del 30/11/1994, secondo cui: “Nell'attività di interpretazione delle disposizioni tributarie e, comunque, nell'applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 2-bis, 2-quater (in tema di autotutela) e 2-sexties, i dipendenti dell'Amministrazione finanziaria che svolgono le relative funzioni rispondono patrimonialmente solo in caso di danno cagionato per dolo o colpa grave”.

C) Inoltre, il contribuente, se si accorge che il fisco porta avanti inutilmente una causa tributaria per ritardare colpevolmente il rimborso del credito d'imposta, può sempre chiedere al giudice (sia tributario che ordinario) l'applicazione dell'art. 96, primo comma, c.p.c., cioè il risarcimento del danno per lite temeraria .
Infatti, in base al succitato articolo: “Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell'altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche di ufficio, nella sentenza ”.
Questa norma è applicabile anche nelle controversie tributarie, come stabilito dalla:
   - Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili, con la sentenza n. 1082 del 05/02/1997;
   - Commissione Tributaria Provinciale di Milano – Sezione XXXVI -, con la sentenza n. 31/36/03 del 13/03/2003.
Anche l'Amministrazione finanziaria si è preoccupata del problema, tanto è vero che la Direzione Regionale delle Entrate per il Lazio ha emanato in proposito la circolare n. 2/2000 del 19/06/2000 (in Corriere Tributario Ipsoa n. 1/2001, pagg. 43-46 ).

D) Infine, la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la sentenza n. 2091 del 14/02/2002, ha previsto anche nel processo tributario l'azione di arricchimento senza causa, ai sensi dell'art. 2041 c.c..
Infatti, se l'accertamento dei presupposti del rapporto tributario, dal quale si assume derivato tale arricchimento, costituisce l'oggetto principale della domanda e non un mero antecedente suscettibile di accertamento incidentale, la causa rientra fra quelle devolute alla cognizione delle Commissioni tributarie.
Il principio sopra esposto è importante ma resta da capire come possa essere introdotta tale domanda, dato che avanti le Commissioni tributarie, notoriamente, l'azione è introdotta dall'impugnazione di un atto dell'Amministrazione finanziaria, espresso o tacito che sia, ai sensi dell'art. 19 del D.Lgs. n. 546/92.

 

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