Sabato 10 Ottobre 2009
Lontano dalle "stanze dei bottoni"Le donne, nel corso degli
anni, si sono ritagliate molti spazi nel mondo del lavoro, grazie alla
loro professionalità ed alla loro adattabilità alle mutevoli
condizioni del mercato.
Tranne casi sporadici, si può affermare che le donne si trovano
in ogni settore professionale, anche se in misura più o meno
consistente.
Non ci si deve, però, far trarre in inganno. Infatti, sebbene
le donne ottengano un posto di lavoro, in genere si tratta di un'occupazione
di basso rango: un lavoro noioso e ripetitivo, con uno scarso livello
di responsabilità. Lo scatto professionale, di solito, è
riservato ai colleghi. Nei centri decisionali, continuano a sedere gli
uomini, nonostante la scelta possa essere effettuata anche nei confronti
di una donna.
Il problema, spesso, consiste nel fatto che per quanto concerne la qualifica
di top manager, non esistono dei criteri specifici. Ossia la chiamata
avviene nominalmente, e colui che effettua tale scelta, la fa sulla
base delle proprie preferenze, piuttosto che in riferimento a delle
regole ben precise.
Lo scatto di carriera, inoltre, è spesso ostacolato (per le mamme lavoratrici) dal periodo di assenza dal posto di lavoro, dovuto alla "maternità". Pochi mesi, sono infatti sufficienti, per rendere obsolete e inutilizzabili le capacità professionali dell'impiegata, che al suo ritorno si trova bloccata ogni possibilità di migliorare la propria posizione.
Stesso discorso vale
per le donne, che in un periodo della loro vita lavorativa e per ragioni
molteplici, hanno scelto il "part time". Coloro, che hanno
preferito questa strada, tornando all'impiego "full time"
sono considerate impiegate di "serie B", e pertanto non hanno
la possibilità di aspirare ad una posizione di maggiore responsabilità.
Una situazione, quest'ultima, condivisa anche dai colleghi, che hanno
vissuto la stessa esperienza.
Infine l'altro grande problema è rappresentato dall'accesso ai
corsi di formazione aziendale, spesso indispensabili, per acquisire
la competenza necessaria, per ottenere la tanto desiderata "promozione".
Gli orari dei corsi, spesso infatti, non rientrano nell'orario lavorativo.
Le donne che hanno una famiglia a carico non possono permettersi, nella
maggior parte dei casi, di protrarre troppo a lungo la loro lontananza
da casa e pertanto devono rinunciarvi. Oppure, i corsi di perfezionamento
professionale sono di frequente riservati a delle categorie d'impiegati,
che già occupano una posizione di responsabilità. In questo
modo, quindi, le donne ( egli uomini) che non ricoprono tali incarichi,
non possono disporre degli strumenti necessari per conseguire i titoli
necessari ad occupare una posizione dirigenziale.
Le donne, tuttavia, danno un gran peso alla formazione. Da una recente
ricerca della CGIL, è emerso che i giovani (ed in particolar
modo le giovani) sarebbero disposti a rinunciare ad una parte del loro
stipendio, in cambio di un corso di formazione all'interno dell'azienda
in cui lavorano.
La famiglia costituisce uno degli ostacoli più insormontabili
per una donna che lavora. I tempi del lavoro moderno ed i tempi della
famiglia non coincidono. La cura dei figli, del coniuge e della famiglia
in generale è affidata e delegata interamente anche alla donna
lavoratrice, che deve riuscire a conciliare i propri impegni professionali,
con quelli familiari a scapito del suo rendimento e del suo tempo libero.
Questo implica, che una donna con famiglia potrebbe assentarsi più
spesso dal luogo di lavoro rispetto ai propri colleghi, per accudire
un figlio malato, o per accompagnarlo dal medico. Ciò influisce
sulla disponibilità dell'impiegata, che non può, per ovvie
ragioni dedicarsi "anima e corpo" al proprio lavoro.
Ciò costituisce una discriminante per i datori di lavoro, sia
al momento dell'assunzione (non è raro che durante un colloquio
di lavoro venga richiesto alla candidata se ha figli o se intende averne),
sia al momento della promozione.
La proposta di legge sui congedi parentali, che il ministro per gli
Affari Sociali, Livia Turco, ha presentato alle Camere, potrebbe essere
una buona ricetta, ma non risolutiva di un problema più profondo.
Non a caso una delle esigenze più sentite dalle lavoratrici,
riguarda la diversa organizzazione del lavoro sulla base dei tempi femminili,
che richiedono una maggiore elasticità in virtù del lavoro
di cura che le donne effettuano all'interno della società.
Generalmente parlando, questi ostacoli potrebbero essere facilmente
rimossi attraverso un provvedimento legislativo, o più agevolmente
attraverso il buon senso, destinato ad avere effetti più duraturi.
Il problema, però, è soprattutto di natura culturale.
La società italiana, infatti, non riconosce ufficialmente e pienamente
il ruolo e i diritti della donna lavoratrice. Inoltre nonostante i numerosi
sforzi in questa direzione, la società italiana è ancora
pervasa da una serie di pregiudizi, basati sulla sessualità,
che rimandano ad uno stereotipo femminile inesistente, spesso responsabile
delle difficoltà che le donne incontrano nel mondo del lavoro.
Uno dei problemi principali,
che le donne incontrano sul posto di lavoro sono le "avance"
poste in atto dai colleghi e/o dal "principale". Si tratta
di un problema molto grave, che non ha una soluzione, eccettuando l'abbandono
del posto di lavoro (spesso unica risorsa economica del nucleo familiare),
o nel migliore dei casi il trasferimento. In ogni caso l'avanzamento
di carriera è oramai escluso, poiché in molti casi la
donna viene trasferita in settori dove non c'è possibilità
di migliorare la propria posizione professionale. Il paradosso sta nel
fatto che la donna molestata viene ulteriormente penalizzata dai provvedimenti
dell'ufficio del personale, quando, in realtà è la parte
lesa.
La conseguenza è che la molestia rimane un fatto privato della
donna, che per pudore personale non condivide con nessuno il suo dolore.
I colleghi e la famiglia avanzerebbero le proprie perplessità
sulla veridicità del suo racconto, affermando che è nell'atteggiamento
(nell'abbigliamento, nel comportamento o nell'aspetto) della donna la
causa di eventuali proposte, o di eventuali libertà, che il collega
o il capo si sono permessi di prendere.
In Italia attualmente in assenza di una normativa
dettagliata in tema di molestie sul lavoro, si può ricorrere
agli artt.4 ed 8 della Legge 125/91: "Realizzazione parità
uomo - donna", in base ai quali si prevede la "Possibilità
di agire in giudizio contro il datore di lavoro per atti o comportamenti
che portino ad una discriminazione anche indiretta sui lavoratori in
ragion del sesso"; la legge prevede anche "l'istituzione del
consigliere di parità, che ha l'obbligo di rapporto all'autorità
giudiziaria per i reati di cui venga a conoscenza nell'esercizio delle
sue funzioni".
In caso di molestie inoltre, si può ricorrere alle norme circa
gli atti di libidine violenta, atti osceni, atti contrari alla pubblica
decenza, violenza privata e aggressione; oppure all'artt.660 del Codice
Penale, "molestia o disturbo". Oppure, si può ricorrere
al reato di "Abuso di atti di ufficio, concussione", e all'artt.2087
del Codice Civile: "dovere dell'imprenditore di fare il necessario
per tutelare l'integrità fisica e la personalità morale
dei prestatori di lavoro".
Queste disposizioni di legge, tuttavia, non sono sufficienti per assicurare
la tutela della donna molestata. Il problema di fondo consiste nel fatto
che non sempre la molestia sessuale è oggettivamente riscontrabile,
in quanto spesso si tratta di gesti "innocui" (un regalo non
gradito, un eccessivo contatto fisico, discorsi sulla propria sessualità),
che, però, nel loro insieme hanno gli effetti di una violenza
psicologica. Ciò nonostante, queste norme anche se non sono esaurienti
e dettagliate in materia di molestie possono costituire egualmente un
valido supporto legislativo.
Le istituzioni hanno sentito, comunque, la necessità di elaborare
una normativa "ad hoc" per le molestie sul lavoro. Infatti
è stato presentato un disegno di legge, che tratterà questa
materia con maggiore specificità.