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La "Traduzione" a Venezia nel 1921
IN CARCERE CON LA GONDOLA
di Andrea Castellano
Uno dei simboli di Venezia, come
attestato anche in famosi dipinti, è la gondola, sebbene
di essa si sappia veramente poco, sia per quanto riguarda origine
che data di nascita. Sulla stessa etimologia del suo nome ancora
non sono d'accordo tutti gli studiosi. Sembra tuttavia che la gondola
sia esisteva nell'809. Infatti in quell'anno, sulla base di un racconto
popolare veneziano, Estella, figlia del Doge Agnello Partecipazio
(quello che si batté contro i Franchi per l'indipendenza
di Venezia) si recò su una bella gondola, da Pipino (il figlio
di Carlo Magno divenuto re d'Italia a 5 anni) per pregarlo, invano,
di non inseguire i veneziani che si erano rifugiati su alcune isole
di Rialto. A prescindere dalla leggenda, un primo atto ufficiale
dove si parla della gondola, è del 1094 e porta la firma
del grande Doge Vitale Faliero.
Ma com'era in origine questa snella e nervosa imbarcazione composta
da ben 280 pezzi? Per il giornalista e scrittore Gino Rocca, che
sulle cose veneziane la sapeva lunga (è tra l'altro l'autore
della commedia in dialetto veneziano "se no xe matti no li
volemo"), la gondola è nata grezza, ma col tempo: "s'è
fatta svelta, tagliente, agile, astuta e signorile". Ed evidentemente
fu proprio il lusso a predominare nelle costruzioni delle gondole
e le Autorità governative furono costrette ad emanare, sin
dal 1562, una serie di leggi per porre dei limiti al colore (solo
nero) ed all'ornamento di questo natante tutto veneziano.
Le pene per i trasgressori erano molto severe; ammende salatissime
o addirittura la galera. Venne però tollerato (purché
nero) il "felze" e cioè una specie di cabina (arredata
con sofà, specchi e lumiere) posta nella parte centrale dell'imbarcazione,
per proteggere i viaggiatori dalle intemperie; e forse sono solo!
Il nome "felze" deriva da felci che, in epoca remota,
sistemate su apposite centine, riparavano i passeggerei dai raggi
solari.
L'attuale forma della gondola risale all'incirca al 1600. A quell'epoca
gli "squeraroli" (così si chiamano i maestri d'ascia
costruttori di gondole) per ridurre la superficie d'attrito con
l'acqua, senza incidere sulla lunghezza dell'imbarcazione (circa
11 m) le diedero una forma "a falce di luna" e cioè
portarono gran parte dello scafo (prua e poppa) fuori dall'acqua.
Sempre allo scopo di ridurre la resistenza di quest'ultima spostarono
anche l'asse della mediana della gondola lungo una linea obliqua.
In tal modo l'imbarcazione, sotto la spinta della vogata (ottenuta
con un remo solo issato sulla poppa ed a sinistra) sbanda verso
destra e quindi sull'acqua non scivola tutto il fondo piatto della
gondola ma solo una parte. Per mantenere l'equilibrio in senso longitudinale
è applicato , nella parte prodiera, un ferro (pesa circa
15 Kg) che una volta aveva solo questo scopo, ma oggi ha anche una
funzione decorativa e, secondo i veneziani, rappresenta: nella parte
alta, il "corno" dogale ed in quella bassa i "sestieri"
della città lagunare e l'isola della Giudecca.
Oggi di gondole ne sono rimaste pochissime e quasi esclusivamente
a disposizione dei turisti e di qualche romantica coppia di innamorati
ancora desiderosa di scambiarsi "tenerezze" nei silenziosi
e stretti canali cittadini illuminati, quando c'è, da una
maliziosa e complice luna. Ormai la maggior parte dei veneziani
usa la gondola, e non sempre, quasi esclusivamente per i matrimoni
e i funerali. Il posto delle gondole, è stato preso da rumorose
barche e motoscafi con motori anche di elevata potenza che inquinano
e creano il famoso moto ondoso il quale oltre a mettere in pericolo
la navigazione delle poche gondole rimaste, erode le fondamenta
delle case poste sui canali.
In passato anche i Carabinieri avevano le loro gondole che vennero
eliminate gradualmente nel periodo tra la prima e la seconda guerra
mondiale. Da un punto di vista operativo la gondola forse non era
l'ideale ma vi lascio immaginare la suggestiva potenza pittorica
di una pattuglia di Carabinieri in gondola, con i loro mantelli
ed i purpurei pennacchi, nel paesaggio veneziano vivido, capriccioso
ed attraente.