Storia dell'economia e della cultura di una regione d'italia: il Veneto
Da terra di miseria a forza trainante dell'economia
VENETO REGIONE RAMPANTE
di Alvise Zorzi
Antica e importante sede universitaria, città industriale
piena di vitalità a meno di mezz'ora da Venezia, da Vicenza
e da Rovigo, Padova è al centro di un Veneto rampante, che
in meno di cinquant'anni ha saputo elevarsi dalla condizione di
terra di miserie e di emigrazione a quella di forza trainante dell'economia
nazionale. Abnegazione, spirito d'iniziativa, coraggio e tanta voglia
di lavorare: questa la ricetta di ciò che è stato
chiamato "il miracolo veneto".
A monte della vicenda attuale di questa regione d'avanguardia c'è
una lunga storia, che incomincia in epoche remotissime (la prima
civiltà dei Veneti, alleati tradizionali dei Romani, ha origini
leggendarie, e lo storico più illustre di Roma antica, Tito
Livio, è nato proprio qui, a Padova) e che, dopo tante traversie
e dopo momenti di splendore di grandi Comuni e di magnifiche Signorie
come quelle degli Scaligeri a Verona e dei Carraresi a Padova, sfocia
maestosamente nei quasi tre secoli della dominazione della Serenissima
Repubblica di Venezia.
Venezia ha lasciato dappertutto segni tangibili del suo dominio,
nel carattere degli abitanti del Veneto come nell'aspetto esteriore
della regione; alla sua lunga presenza si devono l'eleganza raffinata
e armoniosa della città e delle cittadine venete e l'affollarsi
delle ville nelle campagne. Ma il monumento più significativo
della civiltà veneziana è Venezia stessa, nella sua
realtà senza eguali che si specchia nelle acque della sua
laguna. Dove monumenti e opere d'arte si affollano più numerosi
che in qualsiasi altra città del mondo, e dove il tessuto
stesso della città è un'opera d'arte che riserva al
visitatore sorprese senza fine.
Anche nella Venezia attuale, sovraffollata di turisti d'ogni lingua
e d'ogni provenienza, afflitta da gravi problemi, il più
grave dei quali è la difficoltà di armonizzare le
esigenze dello sviluppo con quelle della salvaguardia, impoverita
dall'esodo di una parte notevole della sua popolazione, si riconoscono
le memorie di un passato grandioso. Per undici secoli capitale di
una repubblica indipendente e sovrana che è stata a lungo
una grande potenza economica e navale, essa ha accumulato ricchezze
che hanno dato vita ai grandi edifici pubblici e religiosi, a cominciare
dal Palazzo Ducale e della Basilica di San Marco, e alla miriade
di palazzi, già dimore nobiliari e cittadinesche, che si
affacciano da ogni parte sui canali che la solcano, scavalcati da
innumerevoli ponti ad arco, sulle strette valli e sui campi e campielli
che qua e là si allargano (a Venezia piazze e piazzette si
chiamano così, non c'è che una sola piazza, quella
di San Marco). Le chiese racchiudono capolavori d'arte, le Gallerie
dell'Accademia serbano cicli famosi dei nomi più celebri
della grande pittura veneta, i Bellini e i Carpacci, Tiziano e Tintoretto,
e Paolo Veronese e, giù nel tempo, lo squillante maestro
del Settecento, Giambattista Tiepolo. E aleggia nell'aria, col ricordo
di una grande tradizione musicale, la memoria di una lunga tradizione
di splendore e di mecenatismo.
Ma non è soltanto a Venezia che si concentrano i tesori del
Veneto. C'è Verona, la "bella Verona" dei poeti,
con la sua arena romana, oggi sede di rinomatissimi spettacoli lirici,
con le merlature del suo Castelvecchio, con la variopinta allegria
delle sue piazze, piazza Bra, una delle più belle d'Italia,
piazza delle Erbe dove la statua beneaugurante di Madonna Verona
sorride in cima ad una fontana come sorride, in vetta al suo monumento,
Cangrande della Scala, signore di Verona, amico e protettore di
Dante. C'è Vicenza, armoniosamente ricostruita nei suoi palazzi,
quattrocent'anni fa, da Andrea Palladio, l'architetto geniale che
ha rivestito di forme ispirate alla romanità antica la sua
Basilica. C'è Treviso, corsa dalle acque freschissime del
Sile e del Cagnan, c'è Belluno e c'è Feltre, con la
sua piazza che sembra il palcoscenico di un teatro. E ci sono le
città minori, ma non meno affascinanti, Bassano del Grappa
col ponte sul Brenta che ritorna in una famosa canzone degli Alpini,
Asolo con la sua rocca millenaria, Castelfranco Veneto con la celebre
pala dipinta da Giorgione, con le belle mura coperte d'edera. Altre
mura magnifiche a Marostica, a Cittadella, a Soave, capoluogo della
produzione di un pregiatissimo vino bianco
Il vino: ecco una delle tradizioni e delle ricchezze del Veneto,
il Soave secco e amarognolo delle prode dell'Alpone, il Prosecco
dei colli di Conegliano e di Valdobbiane, "fresco e spumeggiante"
come piaceva a Galileo Galilei, negli anni felici nei quali insegnava
all'Università di Padova, dove ancora oggi si mostra la sua
cattedra. Un grande, grandissimo maestro; altri illustri hanno tenuto
cattedre a Padova, in gran numero, sotto la protezione della Serenissima
Repubblica di Venezia che aveva carissima quella che era la sua
università di stato, dove affluivano studenti da ogni parte
d'Europa (ancora oggi, quella di Padova, è una delle più
importanti d'Italia). Ma Padova non è soltanto lo Studio:
svettano le cupole, dal singolare aspetto orientale, della basilica
del Santo: il Santo, e basta, il Santo per antonomasia, il francescano
Antonio da Lisbona che, trapiantato a Padova dove predicò
e compì miracoli straordinari, è tuttora venerato
in tutto il mondo come Sant'Antonio da Padova.
Terra d'industria, terra di lavoro, terra fertile e generosa, il
Veneto, così come sono aperti e generosi i suoi abitanti.
Ma anche terra di Santi; a Padova, oltre ad Antonio, vive la memoria
remota della martire Giustina (la basilica che le è dedicata
è una delle più grandi di tutta la Cristianità),
e, oltre a quella di San Gregorio Barbarigo, veneziano, precursore
dell'ecumenismo, quella recente di San Leopoldo da Castelnuovo,
cappuccino, insigne per virtù eroiche a cavallo della seconda
guerra mondiale. Ma la religiosità naturale dei Veneti non
è musona né complessata: tra le prode fiorite dei
colli e le messi lussureggianti delle pianure, tra le botteghe degli
artigiani e dei capannoni dell'industria disseminati dovunque serpeggia
un'altrettanto naturale convivialità che si riconosce nel
pullulare di ristoranti, trattorie, osterie e frasche dove, in cordiale
semplicità, si rincorrono e sapori genuini e sinceri di una
tradizione non ancora cancellata dall'imbarbarimento dei tempi.