Storia dell'economia e della cultura di una regione d'italia: il Veneto
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10 Ottobre 2009 amministratore

Storia dell'economia e della cultura di una regione d'italia: il Veneto

Da terra di miseria a forza trainante dell'economia VENETO REGIONE RAMPANTE di Alvise Zorzi Antica e importante sede universitaria, città industriale

Da terra di miseria a forza trainante dell'economia
VENETO REGIONE RAMPANTE

di Alvise Zorzi

Antica e importante sede universitaria, città industriale piena di vitalità a meno di mezz'ora da Venezia, da Vicenza e da Rovigo, Padova è al centro di un Veneto rampante, che in meno di cinquant'anni ha saputo elevarsi dalla condizione di terra di miserie e di emigrazione a quella di forza trainante dell'economia nazionale. Abnegazione, spirito d'iniziativa, coraggio e tanta voglia di lavorare: questa la ricetta di ciò che è stato chiamato "il miracolo veneto".
A monte della vicenda attuale di questa regione d'avanguardia c'è una lunga storia, che incomincia in epoche remotissime (la prima civiltà dei Veneti, alleati tradizionali dei Romani, ha origini leggendarie, e lo storico più illustre di Roma antica, Tito Livio, è nato proprio qui, a Padova) e che, dopo tante traversie e dopo momenti di splendore di grandi Comuni e di magnifiche Signorie come quelle degli Scaligeri a Verona e dei Carraresi a Padova, sfocia maestosamente nei quasi tre secoli della dominazione della Serenissima Repubblica di Venezia.
Venezia ha lasciato dappertutto segni tangibili del suo dominio, nel carattere degli abitanti del Veneto come nell'aspetto esteriore della regione; alla sua lunga presenza si devono l'eleganza raffinata e armoniosa della città e delle cittadine venete e l'affollarsi delle ville nelle campagne. Ma il monumento più significativo della civiltà veneziana è Venezia stessa, nella sua realtà senza eguali che si specchia nelle acque della sua laguna. Dove monumenti e opere d'arte si affollano più numerosi che in qualsiasi altra città del mondo, e dove il tessuto stesso della città è un'opera d'arte che riserva al visitatore sorprese senza fine.
Anche nella Venezia attuale, sovraffollata di turisti d'ogni lingua e d'ogni provenienza, afflitta da gravi problemi, il più grave dei quali è la difficoltà di armonizzare le esigenze dello sviluppo con quelle della salvaguardia, impoverita dall'esodo di una parte notevole della sua popolazione, si riconoscono le memorie di un passato grandioso. Per undici secoli capitale di una repubblica indipendente e sovrana che è stata a lungo una grande potenza economica e navale, essa ha accumulato ricchezze che hanno dato vita ai grandi edifici pubblici e religiosi, a cominciare dal Palazzo Ducale e della Basilica di San Marco, e alla miriade di palazzi, già dimore nobiliari e cittadinesche, che si affacciano da ogni parte sui canali che la solcano, scavalcati da innumerevoli ponti ad arco, sulle strette valli e sui campi e campielli che qua e là si allargano (a Venezia piazze e piazzette si chiamano così, non c'è che una sola piazza, quella di San Marco). Le chiese racchiudono capolavori d'arte, le Gallerie dell'Accademia serbano cicli famosi dei nomi più celebri della grande pittura veneta, i Bellini e i Carpacci, Tiziano e Tintoretto, e Paolo Veronese e, giù nel tempo, lo squillante maestro del Settecento, Giambattista Tiepolo. E aleggia nell'aria, col ricordo di una grande tradizione musicale, la memoria di una lunga tradizione di splendore e di mecenatismo.
Ma non è soltanto a Venezia che si concentrano i tesori del Veneto. C'è Verona, la "bella Verona" dei poeti, con la sua arena romana, oggi sede di rinomatissimi spettacoli lirici, con le merlature del suo Castelvecchio, con la variopinta allegria delle sue piazze, piazza Bra, una delle più belle d'Italia, piazza delle Erbe dove la statua beneaugurante di Madonna Verona sorride in cima ad una fontana come sorride, in vetta al suo monumento, Cangrande della Scala, signore di Verona, amico e protettore di Dante. C'è Vicenza, armoniosamente ricostruita nei suoi palazzi, quattrocent'anni fa, da Andrea Palladio, l'architetto geniale che ha rivestito di forme ispirate alla romanità antica la sua Basilica. C'è Treviso, corsa dalle acque freschissime del Sile e del Cagnan, c'è Belluno e c'è Feltre, con la sua piazza che sembra il palcoscenico di un teatro. E ci sono le città minori, ma non meno affascinanti, Bassano del Grappa col ponte sul Brenta che ritorna in una famosa canzone degli Alpini, Asolo con la sua rocca millenaria, Castelfranco Veneto con la celebre pala dipinta da Giorgione, con le belle mura coperte d'edera. Altre mura magnifiche a Marostica, a Cittadella, a Soave, capoluogo della produzione di un pregiatissimo vino bianco…
Il vino: ecco una delle tradizioni e delle ricchezze del Veneto, il Soave secco e amarognolo delle prode dell'Alpone, il Prosecco dei colli di Conegliano e di Valdobbiane, "fresco e spumeggiante" come piaceva a Galileo Galilei, negli anni felici nei quali insegnava all'Università di Padova, dove ancora oggi si mostra la sua cattedra. Un grande, grandissimo maestro; altri illustri hanno tenuto cattedre a Padova, in gran numero, sotto la protezione della Serenissima Repubblica di Venezia che aveva carissima quella che era la sua università di stato, dove affluivano studenti da ogni parte d'Europa (ancora oggi, quella di Padova, è una delle più importanti d'Italia). Ma Padova non è soltanto lo Studio: svettano le cupole, dal singolare aspetto orientale, della basilica del Santo: il Santo, e basta, il Santo per antonomasia, il francescano Antonio da Lisbona che, trapiantato a Padova dove predicò e compì miracoli straordinari, è tuttora venerato in tutto il mondo come Sant'Antonio da Padova.
Terra d'industria, terra di lavoro, terra fertile e generosa, il Veneto, così come sono aperti e generosi i suoi abitanti. Ma anche terra di Santi; a Padova, oltre ad Antonio, vive la memoria remota della martire Giustina (la basilica che le è dedicata è una delle più grandi di tutta la Cristianità), e, oltre a quella di San Gregorio Barbarigo, veneziano, precursore dell'ecumenismo, quella recente di San Leopoldo da Castelnuovo, cappuccino, insigne per virtù eroiche a cavallo della seconda guerra mondiale. Ma la religiosità naturale dei Veneti non è musona né complessata: tra le prode fiorite dei colli e le messi lussureggianti delle pianure, tra le botteghe degli artigiani e dei capannoni dell'industria disseminati dovunque serpeggia un'altrettanto naturale convivialità che si riconosce nel pullulare di ristoranti, trattorie, osterie e frasche dove, in cordiale semplicità, si rincorrono e sapori genuini e sinceri di una tradizione non ancora cancellata dall'imbarbarimento dei tempi.

 

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