LA CONTRORIFORMA
Il Concilio di Trento
(1545-1563)
Questi movimenti avevano in comune principalmente
l'appello alla riforma personale dello spirito ascetico, e la convinzione
di poter arrivare per questa via alla riforma delle istituzioni corrotte
dagli abusi. In questo movimento di riforma interna intervenne, fin
dal secondo decennio del sec. XVI, lo stesso Papato. Questo aveva già
accolto qualche istanza di riforma nel V Concilio Lateranense, sotto
Giulio II e Leone X, ma senza un impegno reale.
Solo Adriano VI si era mostrato sensibile alle richieste di riforma,
già affermate da Lutero
nell'appello alla nobiltà tedesca cristiana per la riforma del ceto
cristiano (1520). Queste linee vennero riprese da Paolo III, ma con
risultati solo parziali. Allo stesso tempo per pressioni interne ed
esterne (l'Imperatore Carlo V), venne convocato il Concilio di Trento
(1545).
Da questo momento nell'applicazione della riforma ascetica si fa sentire
sempre di più la preoccupazione antiprotestante. La Riforma protestante
costituì quindi un forte stimolo esterno ad attuare il rinnovamento
interno, contribuendo a dar efficacia alle forze di riforma, a unificarle,
a permettere loro di farsi sentire in tutta la Chiesa.
Nella stessa idea e struttura della Compagnia di Gesù (1534) si avverte
netta l'intenzione controriformista. Così anche il Concilio di Trento
(1545-63) divenne luogo d'incontro tra le esigenze interne di riforma
ascetica e le preoccupazioni della Controriforma. Con Paolo IV (1559),
le intenzioni repressive della controriforma addirittura prevalsero.
Il Concilio di Trento si era proposto tre compiti: definire la dottrina
cattolica e condannare le teorie dei novatori; porre rimedio agli abusi
esistenti nella Chiesa; ristabilire l'unità dei cristiani sul piano
religioso e politico, in vista d'una grande lega antiluterana.