LA TERAPIA NEL DISTURBO DEL DESIDERIO
benessere
10 Ottobre 2009 amministratore

LA TERAPIA NEL DISTURBO DEL DESIDERIO

“Il desiderio sessuale è un “appetito” regolato da molteplici fattori biologici e di esperienza personale; esso può essere disturbato nel suo funzionamento da interferenze di tipo fisico o psicologico” (Kaplan, 1979).

“Il desiderio sessuale è un “appetito” regolato da molteplici fattori biologici e di esperienza personale; esso può essere disturbato nel suo funzionamento da interferenze di tipo fisico o psicologico” (Kaplan, 1979). Esso rappresenta una pulsione con una funzione biologica importante (la riproduzione della specie), che viene regolata da una rete di centri e circuiti nervosi particolari, sia mediante i meccanismi di inibizione e di attivazione, sia grazie alla connessione con altre parti del cervello, che intensificano o inibiscono il desiderio sessuale, in relazione ad una serie di forze interne o esterne all’individuo.

Secondo la Kaplan, la causa psicologica immediata dell’inibizione del desiderio sessuale è la soppressione involontaria e inconscia, ma attiva, del desiderio sessuale. Ciò avviene mediante un meccanismo di turn-off, ossia di interruzione del desiderio, in cui vengono evocate immagini, associazioni e percezioni di diverso tipo: ad esempio, il paziente si può concentrare su un tratto fisico del partner, particolarmente poco attraente; può ricordare un comportamento inaccettabile del compagno; può usare pensieri negativi rivolti verso se stesso (“sono troppo grasso/a”, “ho il seno troppo piccolo o troppo grande”); può ricordare episodi, legati a situazioni non erotiche (il lavoro, i problemi dei figli o il denaro) (Kaplan, 1979).

Alla base di questi meccanismi di inibizione, vi sono diverse cause remote, cioè una serie di conflitti che provocano la risposta di inibizione e producono nel paziente un atteggiamento conflittuale riguardo al desiderio sessuale. Tali conflitti possono essere: “di livello blando”, quando sono legati ad una semplice ansia di prestazione sessuale, alla previsione di non trarre piacere dall’atto, a residui di senso di colpa riguardo alla sessualità e al piacere; “di livello medio”, quando prevale la paura inconscia del successo sentimentale e dell’intimità.

Per risolvere i problemi legati al disturbo del desiderio, la Kaplan specifica che la modalità di intervento deve presentare tre aspetti fondamentali: flessibilità, intervento terapeutico attivo e appoggio dato al paziente. In particolare, per quanto riguarda il primo aspetto, la flessibilità, essa orienta il contenuto delle sedute psicoterapeutiche, in modo che i temi affrontati dipendano dalla natura delle resistenze: si focalizza l’attenzione sui conflitti intrapsichici o sui problemi del sistema coniugale, nel caso in cui l’ostacolo al progresso terapeutico è rappresentato, rispettivamente, da dinamiche interne all’individuo o alla relazione all’interno della coppia. Ciò consente che il trattamento venga “tagliato su misura”, ossia che si adatti alle dimensioni particolari dei diversi problemi individuali: la disponibilità e la creatività del terapeuta, assieme alla sua conoscenza della patologia sessuale, assicura la scelta dei compiti terapeutici più appropriati. In questo senso, per superare i problemi di resistenza, legati all’autostimolazione, il terapeuta utilizza l’incoraggiamento e l’approvazione di ogni tipo di piacere sessuale, in modo da esorcizzare gli atteggiamenti negativi del paziente nei confronti del sesso, consentendogli di godere della sua sessualità, senza doversi punire per aver goduto di sensazioni erotiche.

Una tecnica importante, suggerita dalla Kaplan, è la masturbazione, da soli o in presenza del partner, che consente di liberarsi del senso di colpa, permettendo il riaffiorare di sensazioni e ricordi, che possono fornire l’insight sull’esistenza di una coscienza severa e irrazionale, che considera la funzione biologica come un pericolo o un peccato. La masturbazione, in presenza del partner, può aumentare l’intimità della coppia e liberare la possibilità di provare sensazioni erotiche: l’uomo aumenta la fiducia in se stesso, se sa che può aiutarsi con l’autostimolazione per ottenere e mantenere l’erezione, senza rischiare di sentirsi ridicolo o rifiutato; la donna diventa più sicura, sapendo che può anche raggiungere l’orgasmo da sola, rimanendo tra le braccia accoglienti del compagno (Kaplan, 1979).

Per quanto riguarda la seconda dimensione, l’intervento attivo, la Kaplan prevede che il terapeuta affronti, in modo aperto, le resistenze, senza consentire alcuna via di fuga o tentativi di sabotaggio, e giungendo alla soluzione rapida dei conflitti sessuali più profondi e significativi. Nel caso in cui si presentino degli ostacoli molto tenaci al processo di introspezione, il terapeuta può allearsi con la resistenza, cioè può creare dei paradossi, che il paziente stesso dovrà risolvere, mettendosi, attivamente e continuamente, a confronto con i suoi conflitti e provocando volutamente dei momenti di crisi utili alla terapia.

Infine, l’ultimo aspetto, l’appoggio del terapeuta al paziente, consente la creazione di un clima di fiducia, necessario al paziente per affrontare i rischi emozionali, contenuti nel processo di guarigione, e per abbandonare le proprie difese. Infatti, l’appoggio e l’accettazione del terapeuta, che non dà giudizi, ma assume un atteggiamento incoraggiante ed attento alla vulnerabilità di entrambi i partner consentono la formazione di un’alleanza terapeutica, in cui il terapeuta assume il ruolo di “genitore buono”, ma fermo: pur avendo un atteggiamento comprensivo, mette dei limiti all’autodistruttività del paziente, è pieno di attenzioni, ma irremovibile, rispetto alla conquista del successo terapeutico (Kaplan, 1979

 

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